In Emilia-Romagna sono 3.424 gli ospiti adulti inseriti in strutture residenziali psichiatriche. Ma spiragli di luce arrivano dal budget di salute, dalla coabitazione con risorse comuni, dall’inserimento eterofamiliare supportato
di Michela Trigari
BOLOGNA – Casa dolce casa. Invece per chi soffre di problemi di salute mentale l’abitare è spesso un problema, perché molte volte la patologia non consente una vita autonoma. Ecco allora che su Parliamo Insieme vogliamo iniziare ad affrontare questo argomento. Lo facciamo partendo dalla recensione del docufilm “Kripton”, che racconta le vite di sei ospiti di due comunità psichiatriche di Roma, e dai dati sulla residenzialità psichiatrica in Emilia-Romagna. Poi, piano piano, raccoglieremo storie, testimonianze, vissuti e buone prassi abitative.
In regione sono 3.424 gli ospiti adulti inseriti in strutture residenziali psichiatriche (dati al 1° marzo 2023). Per la salute mentale le strutture vengono distinte in base al livello di intensità assistenziale, al tipo di intervento terapeutico-riabilitativo e al grado di autonomia degli assistiti. Gli inserimenti in strutture socio-sanitarie (soprattutto gruppi appartamento e comunità alloggio) rappresentano il 49% del totale. Il 22% degli inserimenti supera la soglia dei 60 giorni. Nel corso del periodo 2020-2022, i costi per gli inserimenti in strutture residenziali sono aumentati a prescindere dalla tipologia: a oggi si aggirano intorno ai 144 milioni di euro e rappresentano circa la metà della spesa complessiva in salute mentale.
Ma le ricerche nazionali e internazionali parlano di criticità di questo modello e di ostacoli nel fornire ai pazienti che vivono in strutture residenziali le competenze necessarie per vivere in modo indipendente ed essere reintegrati nella comunità. Le problematiche riguardano la durata della permanenza in struttura superiore rispetto alle indicazioni, il basso tasso di occupazione lavorativa, la risposta inadeguata ai bisogni legati all’autogestione, l’isolamento sociale e la dipendenza del paziente dal personale, la scarsità di pratiche orientate alla recovery e il rischio di istituzionalizzazione.
Spiragli di luce, però, arrivano da modalità nuove, come ad esempio la domiciliarità sostenuta dal budget di salute, le soluzioni di coabitazione che mettono in comune le risorse per la quotidianità (come cuochi e personale per le pulizie) a volte anche con l’impiego di esperti in supporto tra pari o familiari, l’inserimento eterofamiliare supportato di adulti (IESA) presso famiglie disposte all’accoglienza, diffuso soprattutto in Piemonte, Veneto, Liguria ed Emilia-Romagna (http://iesaitalia.altervista.org/). Nei prossimi mesi andremo a conoscere più da vicino queste soluzioni abitative.