"Ricordi dai TSO. Gli utenti al centro, una pratica da umanizzare"
Un report, con testimonianze di vita vissuta e proposte sul trattamento sanitario obbligatorio, nato all'interno del progetto di recovery Passaporta promosso dal Cufo in collaborazione con il DSM-DP di Bologna
di Simona Gotti
BOLOGNA - “Ho avuto un tracollo improvviso; mi sono ritrovato in un letto. Non sapevo dov'ero e perché, non capivo". E poi: "Chiedevo di parlare con il medico, ma mi hanno risposto che non si poteva”. E ancora: “Quando mi hanno fatto firmare per il Trattamento sanitario volontario, non sapevo che cosa avevo firmato" . Sono alcune delle testimonianze raccolte da "Ricordi da un TSO. Gli utenti al centro, una pratica da umanizzare", il report con racconti di vita vissuta direttamente o indirettamente e proposte sul Trattamento sanitario obbligatorio nato da un gruppo informale di persone - tra cui molti Esperti per esperienza in supporto tra pari - all'interno del progetto di recovery Passaporta promosso dal Cufo (Comintato utenti familiari operatori) in collaborazione con il Dipartimento di Salute mentale dell'Ausl di Bologna.
Così Antonio e Antonio, Barbara, Costanza, Fabio, Giovanni, Paolo, Roberta, Sandro e Simona, guidati da Marie Françoise Delatour, referente progetto Passaporta per le associazioni del Cufo di Bologna, hanno messo a nudo i propri ricordi. Il documento è diviso per argomenti: il vissuto dei pazienti durante il ricovero per Trattamento sanitario volontario oppute obbligatorio, i problemi dopo le dimissioni, i day hospital, alcune considerazioni sui servizi territoriali, lo stigma, la necessità di chiudere con il proprio passato, come umanizzare questi ricoveri.
La mancanza di consenso informato all'ingresso e la sedazione sono risultati due momenti molto critici: "Non mi è stato spiegato niente", così per molti il TSO è stato percepito come una violenza, un lutto, un'esperenza da rielaborare. Più di un testimone ha segnalato la sedazione farmacologica come strumento di gestione prioritario rispetto alla cura. Ma "sedare = annullare una persona”. Sono stati riferiti anche cambiamenti terapeutici immediati, senza raccordo con lo psichiatra territoriale.
Altro momento difficile il "dopo", il nulla del post dimissioni. “Quando esci, ci deve essere una visione, un percorso strutturato con il Centro di salute mentale territoriale e con i servizi sociali. Ma niente di tutto ciò avviene”. Il documento cita anche i day hospital come strumento fondamentale di transizione, e ne lamenta la progressiva chiusura: “Bisogna fare una battaglia per tenere aperti i day hospital. Per me questo servizio è stato una rinascita”. Di contro, non mancano esperienze positive e di reinserimento riuscito: “Quando sono ritornato in fabbrica dopo un anno di malattia, ho ritrovato il mio posto di lavoro senza problemi. Non mi hanno declassato, non c'è stato nessuno stigma”.
Il documento si chiude con alcune proposte di umanizzazione. Le richieste principali riguardano: accoglienza all'ingresso con informazioni chiare su diritti e percorso di cura; personalizzazione della terapia farmacologica e raccordo obbligatorio con lo psichiatra territoriale; superamento del paternalismo nella relazione operatore-paziente; attivazione sistematica di attività ricreative e di gruppo; condivisione di un progetto di uscita con il coinvolgimento dei servizi sociali e del territorio; istituzione di gruppi di auto mutuo aiuto specifici per chi ha vissuto l'esperienza del TSO. “Si può fare già molto con quello che si ha oggi”, si legge.
Nel corso del lavoro, alcune persone hanno scelto di ritirarsi dagli incontri in presenza per “non riaprire la ferita", ma hanno continuato a contribuire a distanza. E' stato coinvolto, inoltre, un secondo gruppo di cinque giovani adulti ricoverati negli ultimi anni per verificare se i TSO fossero cambiati rispetto al passato. I racconti hanno in larga parte confermato la situazione, con qualche miglioramento riguardo le relazioni con gli operatori. Il report è stato recentemente presentato alla Consulta regionale per la Salute Mentale dell'Emilia-Romagna, al Cufo di Bologna e prossimamente verrà illustrato alla Rete reginale ESP.
Il report "Ricordi da un Tso. Gli utenti al centro, una pratica da umanizzare"
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