Dietro la sofferenza psichica di un adulto, soprattutto se non riconosciuta, si nascondono spesso bambini e adolescenti che si fanno carico del peso emotivo di un familiare malato
di Aurora Franciosa
REGGIO EMILIA - Dietro la sofferenza psichica di un adulto, soprattutto se non riconosciuta e non curata, si nasconde spesso l’infanzia difficile e negata di un figlio. Bambini e adolescenti che si fanno carico del peso emotivo e pratico di un genitore malato. R. ha 48 anni e ha accettato di raccontarci la sua storia. Per tutta l’infanzia ha vissuto da sola con una madre malata che è diventatala sua “carnefice”, come lei stessa la descrive. Da bambina la accompagnava a quello che oggi è il Centro di salute mentale, e l’aspettava seduta nel corridoio. Non sapeva perché fossero lì e, anni dopo, sua madre le dirà soltanto che i medici l’avevamo diagnosticata come depressa. Ma la depressione non basta a contenere e a giustificare quello che R. ha subìto.
Il padre se ne è andato di casa quando lei aveva tre anni. “Ricordo ancora il suo ultimo abbraccio”, racconta. “Ero piccola, ma quell’intensità l’ho sentita tutta”. Per un po’ nessuna notizia. Quando è ricomparso, il rapporto era diventato fragile, intermittente e destinato a interrompersi nuovamente. In casa erano rimaste solo lei e la madre, una donna senza una diagnosi chiara, o almeno mai comunicata chiaramente, che ha trasformato il suo malessere in violenza. Gli abusi erano continui: botte e umiliazioni che arrivano per qualsiasi motivo.
Sua madre beveva, assumeva psicofarmaci prescritti informalmente da amici medici, la picchiava e poi pretendeva che fosse lei a chiederle scusa per averla fatta arrabbiare e averla costretta a tanto.
Quando arrivavano le botte, R. aveva trovato un modo per dissociarsi: “Contavo le mattonelle nella stanza e aspettavo che fosse soddisfatta”. Ha imparato presto a leggere gli stati d’animo della madre, a riconoscere i segnali, a prevedere i cambiamenti, gli scatti, e a tentare inutilmente di prevenire le esplosioni. “Ero io il genitore”, dice oggi. Purtroppo, però, anche l’alcol è entrato molto presto nella sua infanzia: sua madre le concedeva una birra con la pizza, dicendole che “il luppolo faceva bene”. Ma bere era poi diventato il modo per anestetizzare la paura quando sua madre la lasciava sola tutta la notte: “Bevevo e andavo a dormire con un coltello sotto il cuscino per sentirmi più sicura”.
Anche nei pochi momenti sereni - le giostre, il cinema, le uscite insieme - R. sentiva che qualcosa non tornava e non era mai tranquilla. “Non era quello che facevamo insieme il problema. Era lei. Sentivo che quando fingeva serenità e dolcezza non era autentica.” All’esterno però sua madre appariva brillante. “Era simpatica, intelligente, dinamica. Aveva un buon lavoro, sapeva stare in mezzo alle persone. Ma quando qualcuno entrava davvero in relazione con lei, qualcosa si incrinava. Le stranezze emergevano, la maschera cadeva e le persone puntualmente si allontanavano”.
Intorno però tutti sapevano. “Lo sapevano i parenti, i vicini, gli amici lo avevano intuito, ma nessuno è mai davvero intervenuto”. Anche la nonna materna subiva a sua volta maltrattamenti dalla figlia, ne aveva paura e non restava mai a proteggere la nipote. Per anni R. ha provato rabbia verso di lei, sarebbe potuta intervenire. Nemmeno la scuola non le è stata di aiuto: nessuno si accorto del dolore che si portava addosso. “Ho odiato il silenzio di tutti”, racconta oggi. “Dei parenti, dei vicini, dei conoscenti. Se qualcuno avesse fatto una segnalazione, mi avrebbe salvato la vita”.
La consapevolezza di quello che stava subendo è arrivata durante l’adolescenza, quando una ragazza che le dava ripetizioni le disse che quello che stava vivendo non era normale. R. ha smesso così di credere alla bugia di cui si era convinta fino ad allora: “Se vengo picchiata e umiliata, la colpa è mia”. A 18 anni ha lasciato casa, interrompendo per parecchio tempo i contatti con la madre. Andarsene, però, non ha significato essere libera, rischiando di ripetere ciò che aveva vissuto. “Con i primi tre figli – ne ho cinque da due relazioni diverse – ero violenta, incapace di empatia. Non me ne fregava niente di loro, di quello che sentivano e ho rischiato che mi fossero tolti”.
Per anni ha pensato semplicemente di avere un brutto carattere, poi è arrivata la presa in carico in un Centro di salute mentale, la terapia farmacologica e un lungo e doloroso percorso psicologico che l’ha aiutata a rileggere e comprendere la propria storia, a dare un nome a quello che aveva vissuto. Oggi R. è un’esperta tra pari. È ancora in cura, ma è consapevole dello sforzo enorme che ha fatto per interrompere quella catena. “Non ho mai voluto bene a mia madre e sono fiera di non essere diventata come lei”. Ora che è anziana “mi fa pena, nonostante sia stata la mia aguzzina”. La storia di R. ci ricorda che la tutela delle persone, e soprattutto dell’infanzia, è una responsabilità collettiva: nessuno dovrebbe essere lasciato solo nel tentativo di salvarsi.