In "Barrage" Ludovica Suriano, di Bologna, racconta come ha trasformato il rapporto con la propria malattia: non più Regina distruttrice, ma compagna di viaggio con cui dialogare. Intervista all'autrice
di Aurora Franciosa
BOLOGNA - Ludovica Suriano, con Barrage, suo libro d’esordio, dà forma alla sua esperienza con la psicosi; un tempo fratturato fatto di paura, confusione, smarrimento e infine di trasformazione. La prima parte del libro (pubblicato con Scorpione Editrice) è segnata dalla sopraffazione, da pensieri che la invadono, la dominano e la spaventano. I confini con il mondo si fanno fragili, a volte diventano indistinguibili. Ludovica dà un nome alla psicosi: la “Regina”. La personifica e obbedisce alla sua illogica potenza, impossibilitata a dare un senso all’indicibile, che ci abita tutti, e che in alcuni emerge con violenza. Nel cuore di questa frattura con la realtà, compaiono la natura e le streghe a soccorrerla. Presenze sagge che non perseguitano, che non usano filtri magici, ma che la accolgono senza spaventarla. Ludovica parla con le piante e si riconoscono a vicenda, come creature della stessa terra.
In questo limbo, in cui il confine psichico è ancora alterato, si rivolge alla "Regina"; non la combatte ma le chiede pietà. La supplica di alleviare il dolore che le impone e di farsi più tollerabile. Una preghiera spontanea e meravigliosa che accompagna il lettore nella seconda parte del libro, che diventa un processo trasformativo. La psicosi non scompare ma Ludovica la depotenzia, la ridimensiona, ne accetta la presenza nella sua vita. Non più Regina ma compagna di viaggio, con cui dialoga e a cui chiede di smettere di distruggere e, insieme, di abbattere quell'ostacolo, quella diga, quello sbarramento, che è appunto il “Barrage”. In modo che il suo fiume interiore possa scorrere e fluire senza necessariamente rompere gli argini. Forse è proprio questa la guarigione: trasformare la propria esperienza e trovare un nuovo modo di coesistere con la parte che di noi trema e che, a volte, perde il suo senso. La parola all'autrice...
Quando hai iniziato a scrivere Barrage, in che momento della tua vita eri?
Ho iniziato a scrivere Barrage verso la fine della mia triennale in Filosofia, a Bologna, in un momento di crescita particolare, sia rispetto alla mia età anagrafica, avevo tra i 23 e i 24 anni, sia rispetto alla remissione dalla psicosi. Io credo profondamente che la scrittura di Barrage, e la scrittura in generale, mi abbia sostenuta in un periodo come quello dove avevo bisogno di ancorarmi alla densità delle parole, uscendo dai simbolismi che un certo tipo di ideazione dà, e andando oltre le regole imposte da una Norma, che vincola il modo di esprimerci. Quel periodo, in particolare il 2024, è stato un vero e proprio percorso di trasformazione che ho attraversato cercando una liberazione e un dissolvimento del dispositivo diagnostico.
Questo attraversamento così doloroso verso cosa ti ha condotto?
Non lo ritengo, personalmente, un attraversamento doloroso. Prima o poi, mi piacerebbe esprimere a parole un vissuto, ma anche un concetto se vogliamo, che mi sta stretto al cuore: la gioia psicotica. Ho imparato a trasformare dolore in gioia e posizionamento, che è un po’ quello che provo a fare in Barrage, certo non ci riesco sempre. A volte il dolore dev’essere “esorcizzato” e reso drammatico per far sì che il suo potenziale si sprigioni il più possibile. Con questo, non voglio negare il dolore, ma camminarci sotto braccio, e sfotterlo un po’, come esso fa con noi.
Nelle tue poesie la psicosi, “la Regina”, è una presenza viva. Oltre al suo aspetto spaventoso, che cosa ti ha insegnato?
Regina di inganni, di pareri, regina di senso… Ancora mi chiedo chi sia questa regina, se un personaggio frutto di confabulazioni o se un ritornello della mente, in senso deleuziano. Quello che so di per certo è che non è male sentirsi tale, a volte, ma che serve coraggio a raccontarlo. La regina, il suo ruolo, mi insegna ad andare oltre alle cose, a cercare collegamenti nuovi e inaspettati, ma anche a riflettere sul ruolo del potere e dei suoi flussi ai nostri tempi.
Il suo potere non solo distruttivo, ma anche creativo, ti ha permesso di scrivere un libro così bello. È azzardato pensare di ringraziarla?
Diciamo che l’ho già ringraziata a modo mio, quando ho deciso che avrei dedicato parte della mia vita di questi tempi a raccontarla e a parlarne.
Nella seconda parte del libro non combatti più la psicosi, ma inizi a dialogarci. C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che il tuo rapporto con lei stava cambiando?
È iniziato a cambiare nel momento in cui ho iniziato a studiare le psicosi, e non mi pento di continuare a farlo, ma – come molti/e mi hanno consigliato – è bene farlo in compagnia, per non rimanere ancorati/e alle, o spaventarsi delle, “altezze aeree” che la scoperta dei suoi significati, della psicosi, può farci sfiorare.
Oggi, guardando indietro, cosa senti di aver imparato su di te, su di lei, su di voi?
Guardando indietro, credo di aver imparato che non esiste un “io” separato dall’esperienza che attraversa. Su di lei — se penso a quella parte del libro che ci dialoga come fosse un’interlocutrice — ho imparato che non era solo un sintomo, ma un modo eccedente con cui la mia mente cercava di dire qualcosa. E su di noi ho imparato che il “conflitto non è abuso”, citando la Schulman, e che esso può essere abitabile. Credo che questa sia stata la trasformazione più complessa e articolata: iniziarmi a pensare come un territorio intergalattico.
Alla fine del libro si delinea un’idea di guarigione diversa da quella “tradizionale”. Cosa significa per te “guarire”?
Per me guarire non significa tornare a una presunta normalità originaria, cancellando ciò che è accaduto e eliminando ogni traccia di fragilità. La guarigione - tradizionalmente e storicamente - viene pensata come la scomparsa del sintomo, dei sintomi. Penso alla cura come relazioni di possibilità: la guarigione, per me, è sempre situata dentro legami, dentro spazi che permettono di essere riconosciuti nelle proprie potenzialità in divenire. In questo senso la figura dell’Esp (Eperto in supporto tra pari) incarna un’idea di guarigione non eroica ma condivisa, non il superamento spettacolare della crisi, ma la possibilità concreta di vivere, resistere e costruire sensi molteplici dopo averla attraversata. Guarire, allora, non è diventare, o tornare al “come prima”. È divenire altro.