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"Lo Sbilico”, fotografia autobiografica di una psicosi

"Lo Sbilico”, fotografia autobiografica di una psicosi

Alcide Pierantozzi racconta la verità cruda di una condizione di sofferenza, la perdita di serenità inflitta dalla malattia, la solitudine profonda. Recensione di un libro immersivo e disarmante

di Aurora Franciosa

BOLOGNA - "Lo Sbilico” è una storia vera. È un libro autobiografico e l'autore - Alcide Pierantozzi - trascina il lettore, dall'inizio alla fine, nel vortice dei suoi pensieri filtrati dalla psicosi e dalla sua neurodivergenza. Pensieri disturbati, mai liberi dalla malattia. Edito da Einauudi, è un libro complesso, claustrofobico, perché immerge chi legge, con una sincerità disarmante, nella fatica quotidiana di una mente che continuamente deraglia.

Pierantozzi racconta, senza alcuna intenzione divulgativa, la verità cruda di una condizione di sofferenza che di solito non si vuole guardare. Una verità che spesso resta taciuta, ignorata, rimossa, e che lui invece dettaglia minuziosamente, elencando le perdite inflitte dalla malattia: l’autonomia abitativa e lavorativa, la capacità di interagire, di innamorarsi, di provare piacere. È un libro che restituisce perfettamente la solitudine profonda che si prova quando si diventa spettatori e vittime del proprio inferno, costretti a subirlo, inermi. Un dolore che non è condivisibile, che è indicibile, e che l’autore riesce comunque a restituire con una precisione quasi spietata.

Leggendo, ci si chiede se questo libro sia nato più come un gesto per sé stesso o come un tentativo di offrire agli altri la possibilità di capire ciò che solitamente resta incomprensibile. E ci si domanda se, in questo racconto così sincero, ci sia qualcosa che l’autore abbia scelto di non dire, di tacere, proteggere e tenere per sé.

La solitudine che emerge dalle pagine è potente. Sembra che gli unici legami possibili passino attraverso la cura: la famiglia e lo psichiatra. Ci si interroga su quanto sia difficile la socialità quando si soffre e se qualcuno, nella vita dell’autore, riesca davvero a conoscerlo oltre la diagnosi e i sintomi.

Colpisce anche la sincerità con cui racconta la propria famiglia, senza risparmiare né sé né loro. Un racconto che fa pensare al rischio di esporsi troppo, alla possibilità di infrangere quel tacito “patto di alleanza” che tiene unite le famiglie, fatto di pudore, protezione e silenzi. Fa riflettere su quanto sia difficile dosare la verità quando è così intrecciata ai legami più intimi.

E poi c’è la vulnerabilità che l’autore non nasconde e che porta a chiedersi se, dopo la pubblicazione del libro, abbia temuto il giudizio di qualcuno: quello di chi lo ha incontrato per la prima volta attraverso queste pagine o quello di chi lo conosce davvero nella vita quotidiana.

Il libro sembra una fotografia di un periodo lungo e particolare del suo percorso ma per l’autore, come lascia intuire lui stesso, la malattia non è mai statica: cambia, si trasforma, si aggrava e a volte si attenua. Ci si chiede quanto di ciò che ha condiviso sia già cambiato, quale nuovo equilibrio abbia trovato e viene spontaneo sperare che quel dolore si sia trasformato.

Mentre si chiude il libro, per quella forma di vicinanza che nasce quando qualcuno decide di condividere il proprio buio, ciò che resta è un desiderio semplice, il più umano: sapere come stia oggi Alcide e ringraziarlo, per il suo coraggio e la sua onestà.

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