Un libro e un film, entrambi molto recenti, accendono i riflettori su questa malattia. Si tratta di “Charlotte una di noi”, per la regia di Rolando Colla, e di “Sono schizofrenica e amo la mia follia”, scritto da Elena Cerkvenic
di Katia Turri
IMOLA - La schizofrenia fa parlare di sé. E lo fa attraverso un libro e un film, entrambi molto recenti. Si tratta di “Charlotte una di noi”, per la regia di Rolando Colla (nella foto un particolare della locandina), e di “Sono schizofrenica e amo la mia follia” scritto da Elena Cerkvenic (edito da Meltemi 2024).
"Charlotte una di noi", è un film di Rolando Colla prodotto da Kiné Società Cooperativa e Peacock Film, che fotografa l’esistenza di una 42enne schizofrenica, interpretata da Linda Olsansky che ha lavorato anche alla sceneggiatura, il suo disturbo e il modo in cui viene vista dagli altri. Charlotte vive con il padre in Trentino. Quando il genitore viene ricoverato per un infarto, il fratello la porta con lui in Svizzera, dove abita. Inizia così a conoscere il mondo, a vivere per davvero forse per la prima volta. "Charlotte, una di noi" è il racconto di una donna bambina, che impara a crescere da adulta. Il disagio mentale non viene edulcorato, con gli sbalzi improvvisi di umore e gli scatti di rabbia che la schizofrenia comporta, e nemmeno la difficile e complicata sua situazione familiare.
"Sono schizofrenica e amo la mia follia", sullo stesso tema, è invece un libro autobiografico scritto da Elena Cerkvenič, nata a Trieste da una famiglia di minoranza slovena. Laureata in Lingue, ha insegnato tedesco nelle scuole medie e superiori. Attualmente si occupa di diffusione della lingua e della cultura slovene ed è impegnata nelle associazioni di persone che vivono o hanno vissuto la sua stessa esperienza. Un giorno la malattia mentale piomba nella sua vita come un fulmine a ciel sereno. Schizofrenia: è questa la diagnosi dell’ospedale psichiatrico in cui viene ricoverata. Inizia un lungo e profondo viaggio interiore, che porta all'accettazione di questa strana parte di sé e persino a pronunciare la parola felicità. “Era tempo che mi premeva dentro. Il pensiero di consegnare la storia della mia sofferenza mentale alle pagine di un diario. Mi è faticoso, a volte, ricordare. Mi è faticoso scrivere. Ma so che nel dolore sono stata fortunata e voglio continuare, come posso, quando posso”.