Un problema chiamato gioco d'azzardo
Due testimonianze di dipendenza patologica dal gioco: quella di Alessandra Mureddu nel suo libro autobiografico e quella di Fabio, ex giocatore. Entrambi, però, ne sono usciti
di Katia Turri
IMOLA – Ho scelto di presentarvi un libro che parla di un tema a me vicino, in quanto in passato ha toccato una persona a me cara. Il libro si chiama “Azzardo” (edito da Einaudi nel 2023) e l’autrice è Alessandra Mureddu. La donna racconta la sua storia: ha superato da poco i quarant'anni, il suo compagno l’ha lasciata, ma lei non ha tempo per soffrire. Adotta un cane, prende un antidepressivo e decide che salverà suo padre dal gioco d’azzardo. Finisce però per caderci dentro anche lei.
“Se hai perso continui a giocare perché devi rifarti, se hai vinto continui a giocare perché vuoi vincere di piú. Fino a quando, nell’ultima fase della progressione della malattia, prevale la spinta autolesionistica e ti ritrovi a giocare per perdere. Di vincere non t’importa più: sei un errore e vuoi dimostrartelo”, scrive l'autrice. Prima di rivolgersi ai Giocatori Anonimi, ha fatto la sua ultima giocata.
Anche la persona a me molto cara è riuscita a superare questa dipendenza. Si chiama Fabio e gli ho rivolto qualche domanda.
Qual è stato il meccanismo psicologico che ti ha fatto cadere in questa dipendenza?
"Il meccanismo psicologico, nel mio caso, è partito dal piacere di giocare a carte e anche ad altri giochi. Inoltre speravo di poter vincere dei soldi, visto che non ne avevo tanti. Poi è subentrata la necessità di cercare di raggiungere e riprendere la cifra che avevo perso, e successivamente di saldare i debiti. Ho iniziato a giocare a carte a circa 15 anni con gli amici e con piccoli soldi. Ma col tempo sono arrivati i videopoker e le slot-machine, e sono arrivato anche al milione di lire".
Che cosa ti attraeva del gioco d'azzardo?
"Mi eccitava soprattutto il fatto di avere del denaro in tasca, dato che non ero ricco. Era questa sensazione l'attrazione più grande".
Cosa ti ha fatto dire basta?
"Ho detto basta quando ho toccato il fondo, quando i troppi debiti non mi permettevano di pagare tutte le cose essenziali della vita, come per esempio l'assicurazione dell’auto. Un giorno mi fermarono i Carabinieri e mi fecero una grossa multa: non sapevo come riuscire a pagarla, finché una persona a me molto cara mi ha aiutato E lì ho capito che dovevo ritrovare la fiducia che lui metteva in me. Ho cercato uno psicologo, ma non sapevo che ci fosse la dipendenza dal gioco d'azzardo. Tante volte non si capisce di essere dipendenti finché non ti sbattono in faccia la verità".
Come ne sei uscito e a chi hai chiesto aiuto?
"Mi sono rivolto al SerDP, il Servizio dipendenze patologiche dell’Ausl, che poi mi ha indirizzato ai gruppi di auto muto aiuto che trattavano problematiche di salute mentale come la mia. Mi è servito molto dialogare apertamente senza giudizi e senza pregiudizi, anche per capire me stesso e gli altri. Piano piano sono uscito dalla dipendenza, e sono anche diventato facilitatore per aiutare chi ha problemi di gioco d’azzardo".
Foto di Bruno da Pixabay
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