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CASA / L’abitare visto dagli occhi di un Esp

CASA / L’abitare visto dagli occhi di un Esp

Alessandra lavora in un appartamento protetto gestito dalla cooperativa sociale L’Ovile nel quale vengono ospitate persone in carico ai CSM di Reggio Emilia. Ci racconta la sua esperienza professionale e un po' della sua vita privata

di Simona Gotti

REGGIO EMILIA - «La mansione più importante è aiutare l’ospite a prendersi di cura di sé e insegnargli a interagire con gli altri», ci dice quando chiediamo di descrivere il suo lavoro in un appartamento protetto per persone con patologie psichiatriche gestito dalla cooperativa sociale L’Ovile di Reggio Emilia in convenzione con l'Ausl. Alessandra Giannini è un Esp (esperto di supporto tra pari). Il suo percorso di recovery personale è partito dalla richiesta di aiuto ai servizi psichiatrici per problemi di depressione e isolamento, è passato per vari laboratori, la formazione per facilitatori sociali nel 2014, qualche anno di tirocinio con attività di accoglienza in un centro di salute mentale, poi per il corso per orientatori Esp concluso nel 2019. Tutti passi che le hanno permesso, dopo il covid, di ricevere la proposta di impiego in un appartamento protetto.

Da quasi tre anni, infatti, Alessandra lavora in una struttura residenziale a media protezione per donne con disagio psichico. Nei servizi abitativi a media e bassa protezione, il progetto di riabilitazione vede un graduale aumento dell’autonomia e una presenza meno intensa degli operatori. È un abitare terapeutico, punto di partenza verso la maggior indipendenza possibile, la gestione autonoma del denaro e dei farmaci, la cura dei propri interessi e dei rapporti interpersonali.

Tra i suoi compiti ci sono l'aiutare le ospiti in varie faccende, come per esempio preparare il pranzo. «Ognuna di loro ha il suo modo di richiedere attenzioni, dalle passeggiate allo stare in compagnia. È un ambiente familiare. Però non siamo la loro famiglia: siamo lì per aiutare a prendersi cura di loro stesse». Ma nel suo lavoro rientra anche il seguire le ospiti a domicilio quando fanno ritorno nella loro casa una volta "dimesse" dall'appartamento protetto. «E allora si può trattare di fare la spesa insieme, o le pulizie, mentre si chiacchiera». 

Le ospiti vengono messe a conoscenza del trascorso di Alessandra, ma a volte fanno fatica a vederla come un'operatrice che fa parte dell’equipe multidisciplinare e a capire che non è un'amica. «Pensano che sia riuscita a uscire dal disagio mentale perché non stavo male quanto loro. Devo quindi ribadire il mio ruolo, ma fortunatamente i colleghi mi appoggiano e mi affidano sempre più responsabilità».

Alessandra è convinta che per un utente vivere in una casa, e non in una struttura, sia di grande beneficio. «La sensazione è che ci sia aria di famiglia: si passa il Natale insieme, e a volte si parla perfino di brutte cose». Per lei «gli utilizzatori dei servizi sanitari e sociali non sono solo persone bisognose di cure, ma cittadini che possono dare un contributo unico alla comprensione delle difficoltà e alla costruzione di percorsi di salute e di una comunità».

Qualche tempo fa Alessandra ha avuto una ricaduta, ma è riuscita a gestirla ed è passata. «Il lavoro è diventato l’ancora di salvezza per superare i momenti di crisi. Prima era il cibo. Faccio ancora fatica a vedere il futuro, per paura di perdere il presente, ma adesso ho una vita sociale, un fidanzato, ho perso 60 chili. A volte ho ancora paura e mi spavento, ma sono meravigliata di svegliarmi per andare a lavorare, dando il mio contributo alla società. Il prossimo anno spero di essere assunta a tempo indeterminato in cooperativa e magari di andare a convivere con il mio ragazzo. Chissà....».

 

 

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